| I SEGNI DEL PAESAGGIO
L'opera di Goffredo Godi è segnata dal rigore di un lavoro silenzioso
e appartato, dalla volontà di scoprire nuovi spunti creativi
nel cuore di luoghi non soltanto rappresentati, ma riscoperti
e «vissuti» grazie alla severa costanza della pittura.
La pittura di Godi si basa infatti sulla forza discreta della
sua apparente inattualità, sulla sua dichiarata adesione a canoni
stilistici che appartengono ad un passato glorioso a cui l'artista
ha saputo tuttavia donare un senso assolutamente personale,
una qualità che unisce la tradizione secolare del paesaggio
alla presenza fisica di un colore trattato e steso sul supporto
attraverso codici che riescono a saldare Cézanne ad un certo
informale senza perdere la loro peculiare e autonoma essenza
di ricerca sulla luce.
Godi, allora, nel suo rigoroso e costante lavoro en plein air
riesce a studiare con attenzione analitica le variazioni e le
modulazioni che segnano proprio il rapporto tra luce e paesaggio,
tra le forme naturali, le architetture e i segni dell'uomo.
Il mare e le case di Procida, gli alberi e i palazzi di Roma
sono trasferiti quindi dal semplice contesto della veduta per
divenire immersione nella «realtà» e oggetto di rappresentazione,
in una trascrizione severa del luogo e dell'ora che tocca un'indagine
approfondita sulla materia cromatica. Il colore, in questo modo,
si trasforma in un medium che lega la percezione alla memoria
per riscoprire frammenti temporali e spazi altrimenti perduti,
che fa riemergere alla coscienza immagini e bagliori del passato
che usano il paesaggio come pretesto per suscitare flussi mnemonici,
per riattivare sensazioni e ricordi che l'arte ha il potere
di ricostruire ed evocare.
Del resto, il pittore è molto più consapevole di quanto non
voglia far sembrare: in questo modo, da allievo di un maestro
dell'avanguardia come Emilio Notte, e grazie anche a quel «decennio
di esperienza astratta assai importante per l'acquisizione di
un linguaggio sintetico e costruttivo», ricordato da Carlo Fabrizio
Carli, il pittore riesce ad innestare elementi eterogenei e
sperimentali in un genere come il paesaggio, capace di essere
sempre uno strumento straordinario per le mutazioni dei linguaggi
e per le metamorfosi dello stile. Il maestro, non a caso, infonde
una connotazione «linguistica» alla sua ricostruzione pittorica,
alla conformazione delle sue vegetazioni e delle sue rocce,
che il pittore riproduce sulla tela in modo non lenticolare
e descrittivo, ma costruendo la parafrasi plausibile e riconoscibile
del loro impatto sullo sguardo. Godi lavora come se volesse
tracciare i vocaboli di un alfabeto sconosciuto eppure comprensibile,
i fonemi di una lingua che riesce ad essere familiare pur manifestandosi
come nuova al nostro ascolto attraverso la grammatica di quei
segni che, come ha scritto Gino Agnese, «allontanano l'artista
dal comune naturalismo pittorico e, oltrechè indicare la tensione
alla sintesi, costituiscono (...) una risposta impulsiva alla
difficoltà di strappare alla natura i suoi segreti». Questa
natura ci appare dunque interpretata e trasformata dalla rivelazione
della sua essenza profonda, rielaborata dai codici figurativi
di una tecnica che trova sempre un nuovo significato nella sua
forza metaforica, nella possibilità di scoprire nuovi nessi
della visione e degli stati d'animo che attraversano e influenzano
il panorama, spesso trascurato o disatteso, della nostra quotidianità.
Il lungo percorso di Goffredo Godi può così dipanare un ininterrotto
viaggio iconico e memoriale, sospeso tra le reminiscenze del
passato e le certezze del presente, un filo fatto di nuvole
e di riflessi sul mare, di architetture e di figure, di cespugli
e di montagne che formano il mosaico difforme costruito dagli
attimi trascorsi e dalle forme, spesso transitorie, che possono
alludere ai passaggi infiniti e alle trasformazioni impercettibili
e costanti che accompagnano la nostra vita.
Lorenzo Canova
futuroitaliano
|
|