Non ci si deve fermare all'apparenza iconografica del paesaggio,
per Goffredo Godi. In tempi di arte e arti digitali, installazioni
ormai vetuste e arti performative che canalizzano masse di persone
in un'unica opera, Goffredo Godi è uno dei pochi che ancora
si mette davanti al cavalletto e davanti alla tela, e dialoga
con gli elementi del paesaggio alla pari, in uno scambio che
è anche a volte scontro, e tuttavia sempre costruttivo di nuove
forme. Le 'masse' che egli muove sono infatti la moltitudine
dei segni, distribuiti e calibrati secondo un ordine che il
pittore sceglie e trova nel paesaggio. Segni stilizzati dove
colore, odore, luce, significato, parola e pensiero, sintetizzati
da ciò che egli vede, vibrano vitali, animando, di segno in
segno, il ritmo spezzato della composizione, attraversata da
lunghe linee prospettiche o incredibili curvature del primo
piano.
In ascolto, dunque, come davanti a un'orchestra, Godi sente
e riporta suoni visivi in pittura, restituendoci quel piacere
che egli stesso prova a contatto con la natura e nel dipingerne
le misteriose armonie. Composizione ed equilibrio formale, quindi,
servono all'autore «per dire che la natura esiste e dà sensazioni
belle», dimostrando altresì che tramite la ricerca e il processo
creativo anche il tradizionale 'brutto' può diventare 'bello'.
Chissà cosa intende Godi per «bello», se non forse una realtà
fruibile dall'animo in quanto costruita con una struttura lirica
e formale in grado di cantare quel messaggio da lui intuitivamente
colto e sintonizzato sulla propria interiore armonia.
Nel domestico, quotidiano, metodico e appassionato confronto
con il proprio lavoro, infatti, il pittore spalanca in realtà
una grande finestra tra noi e il mondo, una finestra aperta
grazie alla sua serena e felice disposizione d'animo, e nell'affrontare
da solo, con caparbia tenacia, i problemi intrinseci alla resa
pittorica, alla resa di forme, atmosfere e incastri generati
visti e scelti nel paesaggio stesso. Un paesaggio che per lui
è una melodia suonata sulle onde del vento, sul calore del sole,
sui rumori attutiti e lontani che gli pervengono mentre dipinge
Antibes, Procida, Tor Vaianica - luogo delle annuali vacanze
estive. Godi è un innamorato del paesaggio, fiaba continua narrata
di quadro in quadro, dalle tele emblematicamente quasi sempre
delle medesime proporzioni,
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dove si fondono racconto visivo e sintesi formale. Ed è proprio
la rappresentazione di quella musica interiore, di un'eco emotiva
ormai raffinata nei colori e nella luce, in parallelo e al di
là della riconoscibilità della figurazione, che emerge il doppio
livello di lettura
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opere: le sue si potrebbero definire anche «paesaggi della memoria»,
dove memoria tuttavia sta per altra vita, quella del quadro
e del pensiero dell'autore, sorprendentemente colta e rivelata
all'improvviso intravedendo in scorcio la superficie della tela,
compattata nei colori e nei segni e mossa da una nuova, inusitata
coerenza formale tra particolare e insieme.
È allora la luce il cardine primario della ricerca dell'autore.
Medium emotivo ed espressivo, è una luce calda, morbida, seppure
bianca, attraverso la quale egli coglie la delicatezza di sfumature
cromatiche, quasi calcinate nelle stesure eppure brillanti ad
olio. Nel mutare della luce - Godi dipinge quasi sempre dal
vero - cambiano le tonalità riportate sul quadro. Perciò fin
dai precoci inizi - comincia a dipingere a tredici anni - parte
intuitivamente dall'approccio impressionista e cézanniano di
visione e acquisizione della realtà, utilizzando l'impressione
retinica della luce per determinare macchie e colori. Eppure,
mentre per gli Impressionisti la figura si ricompone dalle taches,
per Godi invece si assiste ad un necessario, ulteriore scatto
in avanti, in quanto con l'impressione cromatico-luminosa e
le forme riassunte dal paesaggio secondo il processo di astrazione
sperimentato con il Futurismo, con Emilio Notte e poi durante
gli anni Settanta, egli tende in realtà a 'scrivere' quasi bidimensionalmente
sulla tela, restituendoci, pure sotto l'aspetto fisico della
stesura, l'impressione di quel doppio livello di lettura tra
figurazione evocativa e 'scrittura' dipinta. Sono segni visuali,
spezzati e angolati, non lettere alfabetiche misteriose, beninteso,
privati, al contrario di altri autori e pure dei futuristi,
dell'inclinazione e dello scorcio volumetrico dal quale sono
stati desunti; perciò segni puri. E se inoltre Godi talvolta
non scrive bensì descrive la scena (l'agave sotto la casa in
Dune di Tor Vaianica
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talaltra invece quella scrittura cromatica gli serve
proprio come strumento di indagine e scavo nella realtà medesima
(Il porto di Nizza), alla ricerca di quelle recondite linee-guida
che parlano alla sua memoria emotiva e storica, tentando una
realtà altra, da lui appunto interpretata e scoperta.
È una questione di linguaggio, infine, quella di Godi, che gli
consente di affrontare perciò ogni tema, dalle marine agli interni
con figure, dalle nature morte ai paesaggi di Roma e dal Foro
Romano a Villa Borghese e ai palazzoni del Tiburtino-Colli Aniene,
dove il Nostro vive, e dove attualmente vive anche chi scrive,
confermando per esperienza diretta l'aurea trasformazione che
Godi è in grado di attuare sul soggetto, trovando e narrando
la poesia dovunque si trovi.
E nel linguaggio inoltre risiede la differenza con alcuni pittori
contemporanei che trattano i medesimi soggetti, come ad esempio
Gaetano Pallozzi, che come Godi rappresenta scene di vita quotidiana
al mare, ma con un intento sociale e psicologico e un iconismo
realista volutamente esasperato e da rotocalco anni Cinquanta-Sessanta
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o i paesaggi urbani di Giovanni Arcangeli, metafisici nella
loro attonita nitidezza timbrica, o quelli della più giovane
Alessandra Giovannoni, atmosferici e pastosi tentativi di approccio
con una realtà solamente raccontabile, dove protagonista rimane
solo la materia. Antecedente illustre e forse più pertinente
Carlo Quaglia, poeta del paesaggio romano eppure, anch'egli,
sostanzialmente differente nelle impostazioni, nella deformazione
cioè espressionista della pennellata e delle stesure.
E se insomma per Montale il sensibile Girasole era impazzito
di luce, proprio per la luce si vede Godi affrettarsi ogni giorno
alla postazione di lavoro, accorrendo come dall'amata, per proseguire
quel dialogo d'amorosi sensi, appunto, che permette a questo
«petit maître» (C. Barbieri
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e - aggiungiamo noi - piccolo poeta, di parlare con serena fermezza
attraverso la forza delle forme e dei colori, quei colori alla
prima istanza apparsi satinati, opachi, velati dal pulviscolo
sospeso nell'aria di giornate assopite o assorte in un lirico
silenzio.
In questi tempi di spasmodiche ricerche di segni arcani che
possano aiutare a trovare il segreto dell'esistenza, nel disorientamento
del nostro tempo, Godi ci dà la sua ricetta, riportandoci alla
quotidiana felicità dell'essere e del fare.